Il procuratore generale degli Stati Uniti Todd Blanche ha dichiarato martedì che l’amministrazione ritirerà il progetto di creare un fondo da circa 1,8 miliardi di dollari per risarcire le persone che ritenevano di essere state perseguite ingiustamente dalla precedente amministrazione di Joe Biden.
“Non andiamo avanti con il fondo. Punto”, ha detto Blanche davanti alla commissione Appropriazioni della Camera, chiudendo almeno per ora uno dei capitoli più controversi della seconda presidenza Trump.
Il fondo nasce dall’accordo che ha chiuso la causa da 10 miliardi di dollari intentata da Trump contro l’Internal Revenue Service per la diffusione, nel 2019, dei suoi dati fiscali al New York Times. In cambio della rinuncia alla causa, il Dipartimento di Giustizia ha istituito un fondo di 1,776 miliardi che avrebbe dovuto essere gestito da una commissione composta da cinque membri nominati dallo stesso Blanche, ex avvocato personale di Trump. Le richieste di risarcimento sarebbero dovute arrivare entro il 15 dicembre 2028, un mese prima della fine del secondo mandato presidenziale.
Il problema politico era chi avrebbe potuto ricevere i soldi. Blanche aveva detto ai legislatori il 19 maggio di non poter escludere che i risarcimenti potessero andare ai responsabili dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, tutti graziati da Trump come uno dei primi atti del suo secondo mandato, né a donatori della sua campagna né a parlamentari repubblicani.
La rivolta bipartisan
L’opposizione è stata immediata e inaspettatamente trasversale. I Democratici parlarono apertamente di corruzione. Ma il colpo più duro arrivò dall’interno del Partito Repubblicano. L’ex vicepresidente Mike Pence definì la proposta «profondamente offensiva» e chiese che venisse abbandonata, unendosi a un numero crescente di esponenti di alto profilo del GOP.
La vicenda rischiava di compromettere l’approvazione di una legge da 70 miliardi di dollari per finanziare le principali agenzie federali impegnate nel controllo dell’immigrazione. I Democratici avevano annunciato emendamenti per depotenziare il fondo, e alcuni deputati e senatori repubblicani avrebbero potuto votarli. Per evitare l’impasse, l’amministrazione ha scelto di sacrificare il fondo.
Nonostante Trump abbia ancora un controllo molto saldo sul partito, al Congresso le strette maggioranze repubblicane alla Camera e al Senato rischiano di essere messe in discussione da parlamentari che non saranno ricandidati alle elezioni di metà mandato o che hanno perso le primarie contro avversari della corrente più radicale MAGA.
Le sentenze dei tribunali
A complicare ulteriormente le cose, due sentenze federali in rapida successione. La giudice Leonie Brinkema del tribunale federale dell’Eastern District of Virginia ha vietato all’amministrazione “qualsiasi ulteriore azione” per costituire o gestire il fondo, compreso il trasferimento di denaro, l’esame delle richieste e l’erogazione di pagamenti. Una seconda giudice, Kathleen Williams, che in Florida segue la causa originaria di Trump contro l’IRS, ha ordinato agli avvocati di rispondere alle “gravi accuse” sollevate dai critici, secondo i quali la causa sarebbe stata abbandonata per evitare lo scrutinio di un accordo illegittimo.
Lo stop al fondo non cancella tutto. Blanche ha confermato che resta in vigore la clausola dell’accordo con l’IRS che vieta per sempre verifiche fiscali sulle dichiarazioni passate di Trump, dei suoi familiari e delle sue società. Una clausola che i Democratici continuano a contestare come un privilegio personale senza precedenti, strappato dal presidente nei confronti del proprio governo.

